Agosto 2017 – La cassazione conferma il licenziato per quel lavoratore che svolge altra attività durante la malattia

Agosto 2017 – La cassazione conferma il licenziato per quel lavoratore che svolge altra attività durante la malattia

Anche questa volta, la Corte di Cassazione Civile, Sez. lavoro, 1° agosto 2017, n. 19089, ha riconfermato il principio per cui è punibile con il licenziamento il lavoratore “malato” che lavora durante il periodo di malattia, rafforzando la possibilità, per il datore di lavoro, di eseguire accertamenti di circostanze di fatto, atte a dimostrare l’insussistenza della malattia o e, in particolare, ad accertamenti atti a comprovare l‘eventuale svolgimento da parte del lavoratore di un’altra attività lavorativa.

Svolgere attività di controllo nei casi di motivato sospetto attraverso l’uso di investigatori privati di fatto non comporterebbe alcun illecito poi che il datore di lavoro si limiterebbe ad intraprendere controlli su comportamenti illeciti, non sulla salute del dipendente; quest’ultimi eseguiti esclusivamente solo attraverso i servizi ispettivi degli istituti previdenziali competenti, che non precludono quindi al datore medesimo di procedere, al di fuori delle verifiche di tipo sanitario, ad accertamenti di circostanze di fatto, volti a dimostrare l’insussistenza della malattia o la non idoneità di quest’ultima a determinare uno stato di incapacità lavorativa, e quindi a giustificare l’assenza e, in particolare, ad accertamenti circa lo svolgimento da parte del proprio dipendente di un’altra attività lavorativa.

In futuro – ritengo che in Italia sia difficile ipotizzare dei “controlli fiscali privati”, però nulla vieta attualmente, di verificare eventuali condotte non corrette del lavoratore attraverso investigazioni private.
Famoso è il caso di quel dipende di una azienda municipalizzata che mentre era in malattia, si esibiva in festival musicali e pubblicava le sue performance sui social network.

Molte persone, compresi alcuni addetti ai lavori, sono convinti del fatto che qualora il lavoratore – al termine del periodo di malattia – tornasse al lavoro, senza alcun prolungamento, la sua condotta non sarebbe sanzionabile…errore! Il parere di molti avvocati del lavoro è quello che la condotta scorretta è sanzionabile anche se il lavoratore dipendente riprendesse il servizio al termine dell’originario periodo di malattia.
Mi spiego meglio: se il lavoratore malato, anche solo per pochi giorni, durante tale periodo, svolgesse la mansione di “cameriere” in un ristorante, questo rischierebbe una sanzione disciplinare, fino ad arrivare al licenziamento. Di fatti il rientro in servizio del lavoratore, dopo il periodo di malattia non scrimina l’illiceità della sua condotta, se in tale periodo egli ha svolto altra attività.

Quali sono i rischi legati alle indagini sui dipendenti?

Nella pur remota possibilità che il lavoratore dimostri che la seconda attività lavorativa non ha alcun legame con la prognosi stabilita dal medico (che il datore non conosce) a giustificazione della sua assenza e che quindi, nemmeno ostacola la guarigione il rischio dell’azienda è limitato a quello economico: ad esempio le spese che ha affrontato per affidarsi ad una agenzia di investigazione o un investigatore privato, difficilmente potranno essere ripetute in danno del lavoratore. Mi spiego meglio: Se l’attività posta in essere durante la malattia è compatibile con lo stato di malattia dichiarato all’azienda e certificato dal medico (con prognosi ignota all’azienda per ovvi motivi), qualsiasi provvedimento disciplinare rimarrebbe illegittimo.

La prudenza non è mai troppa. Soprattutto nel nostro mondo dove l’incertezza regna sovrana e siamo esposti alle valutazioni soggettive di un Giudice.
Il presupposto per il licenziamento è, quello correttamente individuato dalla Cassazione, ovvero il pregiudizio che l’attività ulteriore del lavoratore reca alla sua guarigione e pertanto, a mio giudizio, il datore di lavoro, venuto a conoscenza della condotta scorretta del lavoratore, potrebbe avviare un procedimento disciplinare, chiedendo al dipendente le giustificazioni nei canonici 5 giorni, ed in caso applicare la sanzione disciplinare opportuna, fino ad arrivare al licenziamento.
Il licenziamento è-e rimane una sanzione disciplinare che deve rispettare i criteri di legge e rimane soggetta all’eventuale vaglio del Giudice.

Ribadisco che in ogni caso la cassazione si è oramai pronunciata in più occasioni sui controlli effettuati nei periodi di malattia. Il presupposto deve essere il sospetto della sussistenza di un comportamento non lecito ovvero se l’attività posta in essere non è compatibile con lo stato di malattia dichiarato all’azienda, oppure se l’attività pratica fa presupporre che stante uno stato di malattia la prestazione lavorativa poteva essere effettuata anche parzialmente o se il comportamento tenuto ha impedito le tempistiche di guarigione ritardando quindi il rientro al lavoro. Ciò premesso i controlli sono indipendenti dalla verifica dello stato di malattia dal punto di vista medico (che spetta solo all’ente preposto attraverso la visita fiscale). Gli stessi vanno effettuati attraverso professionisti seri ed affidabili, iscritti presso le diverse procure di interesse e che applichino correttamente i limiti che la legge concede.

L’amore nun esiste!

L’amore nun esiste!

weg

A: L’amore nun conta

B: Ma che stai a di?

A: A me questi che tanto dicheno che senza amore è tutto in bianco e nero me fanno proprio ride

B: E dìmme, che conta?

A: Conta de fa ‘n lavoro che te piace
De potesse permette quarche sfizio
De potesse svejà la matina e avecce n’armistizio
Che qua è tutta na guera
L’amore è solo n’vizio

B: A me me pari matto!
Te sei mai innamorato?

A: Bho…magari si, pò esse
Ma è n’vizio superato
A me l’amore nun me serve
Er core l”ho svotato

B: È dentro che c’hai messo?

A: Ma nun c’ho messo niente
Nsia mai che poi me tocca
Annammelo a riprenne
N’mezzo alla segatura
de quarche fregatura

B: E nun te manca mai quer tocco, quer calore? Nun senti mai er bisogno d’avecce n’friccicore?

A: E certo che me manca, ma a vorte, mica sempre
Poi basta aspettà n’attimo
Che er core se ne pente

B: E dimme amico mio: che d’è sto pentimento?

A: Me pento d’esse stato vicino a n’sentimento
Me la so vista brutta eh
Poteva cambià tutto
Ma quella m’ha creduto quanno jo detto “È tutto.”
E nun s’è più girata
M’ha dato na sarvata!

B: A me nun me convinci, c’hai l’occhi troppo tristi

A: Ao! Lassame perde
L’amore n’conta niente

B: E si poi quella torna? Se te se vie a riprenne?

A: Nun torna, stanne certo
Jo fatto na ferita co tutto er core aperto
E adesso famme annà
Sinnò divento triste e me devo ricordà
Che l’amore
Nun…Esiste!

Il testo di questo brano, scritto in dialetto romano dalla bravissima Claudia Scarpati, mi fa venire in mente le parole di molti, troppi clienti ai quali nelle veste di investigatore privato ho dovuto consegnare le prove del famigerato tradimento e che feriti nell’orgoglio e nell’anima dall’inganno, e quindi dal gesto consapevole e tal volta inconsapevole sferratogli della persona amata, hanno visto sfiorire l’amore e la fiducia. …non più clienti ma persone alle quali auguro di innamorarsi nuovamente, di una donna, di un uomo, ma soprattutto della loro vita.

Ciao

Separazione Giudiziale: la “prova dell’SMS di testo” è davvero sempre utilizzabile?

Separazione Giudiziale: la “prova dell’SMS di testo” è davvero sempre utilizzabile?

sms prova

“Ogni singolo caso può creare nuova giurisprudenza in Cassazione”

Detto ciò, recentemente la Corte di Cassazione ha stabilito, con una sentenza che ha scatenato le fantasie di giornalisti ed improvvisati detective, che gli SMS di testo possono essere utilizzati come prova in tribunale al fine di dimostrare l’infedeltà coniuge fedifrago.

I tempi cambiano e con la tecnologia recente, gli indizi su Whattsapp, Facebook e altre chat di vario genere, hanno sostituito quelle dei capelli o del rossetto sulla camicia del marito infedele, è quindi anche un breve messaggio di testo (SMS) potrebbe costituire una prova valida per attribuire l’addebito a carico del coniuge fedifrago.

Fin qui nulla di nuovo perché è chiaro che ogni prova “atipica” può essere utile per influenzare il giudizio del Giudice. A mio avviso però, lo screenshot di un sms non può determinare una prova ma semplicemente, uno stato di fatto, nient’altro di più, questo perché gli sms come le email, le chat e le conversazioni su Facebook sono considerati “riproduzioni meccaniche” e quindi, l’eventuale stampa su carta di quanto appare a video può essere sempre contestata dalla controparte come non autentiche, contraffatte, modificate, insomma, non conforme all’originale; a tal proposito la Corte di Cassazione ha ribadito che “la copia di una pagina web su un supporto cartaceo non ha efficacia probatoria rilevante se non risulti sia stata acquisita con garanzia di corrispondenza e conformità all’originale e riferibilità ad un ben individuato momento temporale”.

Per acquisire una prova meccanica (foto, video, sms, chat) è necessario avvalersi di un esperto forense capace di repertare la prova seguendo un procedimento ben specifico, tengo a precisare, che non tutto è repertabile e quindi l’unico modo di aggirare l’ostacolo è quello di procurarsi un testimone che abbia preso diretta visione della prova in oggetto, tramite osservazione diretta o lettura personale.

Bisogna in oltre tener presente delle conseguenze legali che possono scaturire con la riproduzione degli SMS reperiti in modo illegittimo, difatti la corrispondenza privata è coperta da privacy e non la può violare neanche il coniuge. La giurisprudenza poi, si è adeguata con i tempi ed ha esteso il divieto anche alla corrispondenza telematica, quali per esempio email, sms messaggi su whatsapp o Facebook; questi secondo i giudici, hanno lo stesso valore della vecchia busta di carta.

Soprattutto per i non addetti ai lavori, è bene essere a conoscenza di quanto la giurisprudenza sia di per se ambigua ed incoerente; ci sono difatti giudici che ritengono come le prove acquisite in modo illegale non siano ammissibili nel processo; altri invece, concordi che l’utilizzo sia sempre possibile, fatte salve però le conseguenze di carattere personale (penale e non) da far valere però in autonomo giudizio.

L’argomento non è di poco conto, perché, l’acquisizione illegittima delle prove (sms, email, registrazioni ed altro) può costituire un reato penale a carico dello stesso coniuge tradito, il quale, quindi, oltre a subire l’umiliazione del tradimento, correrà il rischio di un processo penale.

Vorrei a tal proposito riportare degli esempi concreti:

  • nell’ipotesi di intercettazioni telefoniche effettuate in casa da un coniuge all’insaputa dell’altro, la Corte di Cassazione ha ritenuto sussistente il reato di “interferenze illecite nella vita privata” (art. 615 bis c.p.), a prescindere dal rapporto di convivenza coniugale (Pen., Sez. V, 02/12/2003, n. 46202);
  • prendere visione della corrispondenza diretta all’altro, senza il suo consenso espresso o tacito è proibito anche al coniuge, in virtù dell’art. 616 comma 1 c.p., (Pen., Sez. V, 02/12/2003, n. 46202; Cass. Pen., Sez. V, 10/07/1997, n. 8838);
  • Integra il reato di violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza (art. 616 c.p.), la condotta del coniuge che sottragga la corrispondenza bancaria inviata al coniuge per produrla nel giudizio civile di separazione.

Essendo io un investigatore privato, faccio presente come la relazione dell’detective privato non è di per se tra le prove tipiche ammissibili nel processo. Per quanto riguarda le dichiarazioni da questi scritte nel rapporto investigativo e il materiale video o fotografico prodotto, valgono in fatti le medesime considerazioni sopra esposte: per cui, se non contestate, hanno valore di piena prova. In caso contrario, l’investigatore privato sarà chiamato a testimoniare circa i fatti cui ha assistito in prima persona.

 

L’importanza delle indagini difensive

L’importanza delle indagini difensive

arrestoTutti criminologi, tutti investigatori, tutti consulenti tecnici, il mondo delle indagini difensive è ai me, contornato da attori che il più delle volte si rivelano poco professionali o del tutto incompetenti.

Fortunatamente in questo paese non c’è un boom di omicidi seriali e quindi molti di essi finiscono per abbandonare i tribunali, diventando giornalisti, scrittori o opinionisti nelle solite trasmissioni televisive dove ridicolizzano le loro professioni, parlando ad esempio, di offender profiling, criminal profiling, criminal personality profiling o criminal investigative analysis, tutti strumenti comportamentali ed investigativi che, a mio avviso, in Italia non ha mai portato alla soluzione di nessun caso!

C’è poco da fare, le indagini difensive stentano a decollare per via delle norme che purtroppo ne limitano l’efficacia o per la diffidenza di molti avvocati che ancora oggi non hanno ben compreso l’utilità delle investigazioni difensive o preventive, e che il più delle volte temono di finire nei guai per qualche errore commesso durante l’espletamento degli accertamenti.

In effetti quando si lavora in una indagine penale è fondamentale seguire alla lettera determinate procedure e rispettare quanto previsto dal codice penale al fine di non inficiare il lavoro svolto e finire nelle mani del PM il quale il più delle volte non vede di buon occhio l’attività investigativa condotta dalla difensa.

Le statistiche ci dicono che la maggior parte degli avvocati penalisti italiani, non crede nelle indagini difensive e quindi non le svolge limitandosi il più delle volte nel valutare solamente se “la prova superi lo standard del ragionevole dubbio”, privando i loro assistiti di uno strumento difensivo importantissimo.

Ma perché sono importanti le indagini difensive?

Le indagini difensive sono importanti perché pareggiano la disparità che insiste tra “accusa”: supportata sempre dal lavoro di polizia, carabinieri, guardia di finanza e consulenti tecnici di ogni materia,  e “difesa”: sostenuta solo nel caso di indagini difensive dal prezioso contributo professionale di investigatori privati e consulenti tecnici, quali ad esempio, genetisti, psicologi forense, neuropsichiatri, consulenti informatici, criminologi, periti balistici, ecc.

Le indagini difensive possono essere molto efficaci se vengono utilizzate in maniera strategica.

Quando l’investigatore privato indaga per supportare il lavoro dell’avvocato difensore, cerca di ricostruire e accertare i fatti; di reperire quegli elementi, quei testimoni e quelle prove che, per un motivo o per un altro, potrebbero essere sfuggite agli occhi attenti degli inquirenti.

Questi fattori delle volte possono costituire per la difesa, l’asso nella manica che l’avvocato attendeva per poter rilanciare una vera e propria controffensiva.

Sia quindi chiaro a tutti che, il compito dell’investigatore privato non è quello di scoprire il colpevole di un delitto, ma semplicemente quello di tentare di rispondere ad alcune domande di rito poste dagli addetti ai lavori, quali ad esempio: cosa è successo?, quando è successo?, come è successo?, perché è successo?, quale è il movente?, chi è il colpevole, al fine di individuare nuovi elementi che possano discolpare il proprio cliente.

Proprio per questo è importante che la difesa possa avvalersi di un investigatore privato professionista capace di destreggiarsi nelle investigazioni difensive, in grado di esaminare i testimoni, esperto nei sopralluoghi, e che abbia all’interno del suo staff investigativo consulenti tecnici validi.
La Legge 397/2000 stabilisce che l’investigatore privato incaricato dall’avvocato difensore può svolgere investigazioni difensive dirette o indirette nell’ambito di un procedimento penale.

Le indagini dirette sono quelle azioni condotte personalmente dall’investigatore privato, volte a reperire direttamente la fonte di prova (nei sopralluoghi, nei pedinamenti, nella raccolta di documentazioni, ecc.); le indagini indirette sono invece quelle dove la fonte di prova viene reperita indirettamente, ovvero viene prodotta da terzi (nell’escussione di un test, di un indagato, di persone informate sui fatti, ecc.).

Le tecniche di indagine difensiva sono diverse e cambiano a secondo dello scopo che l’investigatore privato intende raggiungere, ci sono attività investigative che interessano l’analisi della scena del crimine, i rilevamenti scientifici per repertare una traccia di sangue o un’impronta digitale, le tecniche e le procedure scientifiche per la perizia balistica, i metodi e le procedure legali per escutere una persona informata sui fatti o direttamente imputata, le tecniche per eseguire pedinamenti ed appostamenti, ecc.

In qualità di investigatore privato a Roma, posso affermare come in questo ambito investigativo sia importante non improvvisarsi mai, mantenere sempre e solo il proprio ruolo, e porsi delle domande che non abbiano a che fare solamente con i fatti oggettivi del caso, ma bensì con l’intero procedimento penale.

Per mia esperienza personale, ho imparato sulla mia pelle quanto sia importante saper ascoltare gli altri colleghi, proprio questo è il segreto del successo e si raggiunge solamente quando la squadra della difesa è affiatata, capace di lavorare in team e in grado di comunicare in maniera coordinata e puntuale, con la consapevolezza del fatto che la giustizia e la legge non vanno mai a braccetto…

 

 

“Sparo o non sparo?” questo è il dilemma

“Sparo o non sparo?” questo è il dilemma

sparare difesaLe rapine in casa purtroppo non cessano di aumentare, il trend è in continua crescita e sono sempre più frequenti, soprattutto al nord Italia.

Chi non vorrebbero difendersi? In queste circostanze la paura è tanta ma ciò non può giustificare agli occhi di un giudice, una reazione armata e quindi un “eccesso di legittima difesa“.

Nel nostro paese chi reagisce ad un furto o rapina in casa utilizzando una pistola legittimamente detenuta, inevitabilmente finisce indagato, condannato e nell’80% dei casi, inarcerato.

Recentemente ho avuto modo di guardare una trasmissione televisiva su La7, dove l’avvocato Giulia Buongiorno ha chiarito come e in quali occasione un cittadino può sparare ad un ladro o rapinatore che si sia introdotto furtivamente in casa e che minacciosamente abbia raggiunto la camera da letto.

Quello che emerge è una situazione inverosimile; la Buongiorno  asserisce che “Se siete in casa e state dormendo e nel cuore della notte entra uno sconosciuto, potete sparare solo ed esclusivamente se l’avventore non solo è armato, ma se in quel momento sta per spararvi. La legge dice che ci vuole un pericolo imminente“.

Un quadro della situazione davvero assurdo perché di notte, assonnati ed impauriti da un evento comunque violento, sarà davvero difficile valutare lucidamente e al buio, quali siano le intenzioni dello sconosciuto che si è introdotto in casa nostra. E’ inutile girarci attorno, la paura pervade i nostri pensieri ed il terrore prende possesso del nostro corpo per la comprensibile paura che sia di subire del male.

In base a quanto raccontato dall’avvocato Buongiorno “servirebbe una vera e propria indagine notturna per comprendere se chi ci sta aggredendo stia mettendo in pericolo la nostra vita. In questo caso potremo far fuoco; ma ad una condizione: che non ci siano altre alternative. Se abbiamo in casa una alternativa che ci consente di difenderci senza ferirlo o ucciderlo, dovremo prima pensare a questa”, ad esempio colpendolo con una sedia, un bastone “Se l’aggressore, mentre noi dormiamo, avanza disarmato, anche se siamo armati, non possiamo usare la pistola. Se spariamo, diventa una colpa, un omicidio colposo o lesioni colpose“.

Reati per cui è prevista la detenzione da 4 a 6 anni, escluse le aggravanti.  Siamo spacciati se durante l’aggressione, terrorizati dalgi eventi, “spariamo alle spalle dello sconosciuto” a quel punto il reato che si configura è quello di omicidio volontario dove è prevista una pena detentiva di circa 21 anni”.

Credo che l’avvocato Giulia Buongiorno abbia centrato il nocciolo della questione, ovvero che la legge e la giustizia non vanno verso la stessa direzione, non esiste il buon senso e in realtà, se analizziamo come è interpretata la legge della legittima difesa, in Italia nessuno ha il diritto concreto di potersi difendere.

Ricapitolando, secondo i giuristi, il mal capitato che stava dormendo e che si è svegliato perché allertato dai rumori, dovrebbe valutare in piena serenità altre alternative per evitare di non finire in galere, fino a quella più assurda di accettare ad esempio una eventuale colluttazione con uno o più individui di cui non conoscono le intenzioni.

Questa legge è mal fatta, poco chiara e ai me, troppo spesso soggetta ad interpretazioni; c’è chi dice  che se spari in casa anche al buio, contro un soggetto disarmato che avanza, sia legittima difesa, chi asserisce che sparare ad un soggetto che sta aggredendo il proprio caro, sia legittima difesa, chi invece conferma il contrario.

Dalla mia esperienza ventennale di investigatore privato, in qualità di consulente tecnico della difesa, posso sicuramente confermare che se sparate alle spalle del furfante o lo centrate fuori dalla vostra abitazione (vedi il caso dell’imprenditore Antonio Monella e quello del Sig. Ermes Mattielli, quest’ultimo condannato a 5 anni e 4 mesi di reclusione e al risarcimento di 135.000,00 euro) verrete sicuramente condannati!

Quante volte abbiamo sentito dire il famoso …”sempre meglio un brutto processo che un bel funerale”?

Nella mia vita professionale ho avuto modo di lavorare per la difesa penale di un uomo che si trovò nelle stesse circostanze sopra descritte, …lui sparò!

Questa persona dovette sborsare circa 60.000,00 euro per assicurarsi una buona difesa, poi fu comunque condannato a 6 anni di carcere e al risarcimento di circa 180.000,00 euro, ai familiari del ladro che ferì mortalmente. Posso ricordare ancora le sue parole ed in sintesi mi ripeteva spesso che se quella sera avrebbe avuto l’opportunità di decidere del proprio destino, avrebbe scelto la morte piuttosto che vedersi depredato dei propri beni, costretto all’indebitamento con le banche e a scontare una condanna ingiusta, mi ripeteva spesso “vede Tiralongo, io ero una persona onesta” come a voler prendere distanza da quanto accaduto.

Il vero dramma sta nella lentezza della macchina giudiziaria, nel costo che può avere una buona difesa, chi affiderebbe la propria libertà all’avvocato d’ufficio scelto in fretta e furia?…Su certi argomenti, oggi troppo controversi, toccherà ai posteri pronunciarsi, con leggi efficaci a prova di uomo e non di robot…

 

Investigatore privato, condizioni e limiti

Investigatore privato, condizioni e limiti

investigatore Privato azioneScrivo questo articolo al fine di chiarire definitivamente eventuali dubbi circa il lecito impiego dell’investigatore privato e definire i limiti del suo operato. Essendo nel settore da più di vent’anni, posso affermare con franchezza che circa l’80%,delle richieste che mi sono state rivolte durante la mia carriera professionale rappresentavano a tutti gli effetti di legge, una istigazione a delinquere.

Cosa è necessario fare per svolgere la professione di investigatore privato,? 
Per intraprendere la professione di investigatore privato a Roma e nel resto d’Italia è necessario richiedere le relative autorizzazioni al Prefetto di competenza il quale terminata un istruttoria di circa 160 giorni, concede una licenza ex art. 134 T.U.L.P.S. e 222 D. Leg.vo 271/89 per la difesa penale

Le autorizzazioni per svolgere l’attività di investigatore privato vengono concesse in seguito alla valutazione dei requisiti previsti dal D.M. 269/2010, in sintesi:

  1. Laurea in giurisprudenza, sociologia, criminologia, scienze delle investigazioni;
  2. Aver collaborato presso una agenzia investigativa per almeno 5 anni inquadrato con il contratto collettivo nazionale (lavoratore dipendente subordinato);
  3. Possedere un curriculum vitae che dimostri le competenze tecniche;
  4. Essere in possesso dei requisiti economico/finanziari previsti dal DM 269/2010;
  5. Essere incensurato, cittadino Italiano o comunitario.

Per svolgere la professione di collaboratore, cosa devo fare?
Il DM 269/2010 descrive la figura del collaboratore, denominandolo “operatore investigativo”, il quale viene a sua volta distinto in collaboratore elementare e in collaboratore in possesso della così detta “mini licenza”, ovvero autorizzato da una specifica licenza rilasciata dalla Prefettura.
In entrambi i casi, le due tipologie professionali devono essere regolarizzate all’interno dell’organico lavorativo dell’agenzia investigativa, attraverso il contratto di lavoro nazionale.
Chi esercita abusivamente l’attività di investigatore privato, infrange la legge e può essere perseguito dalla giustizia per esercizio abusivo della professione, violazione della privacy, stalking e un altra decina di reati che non sto qui ad elencare.

Per essere un buon investigatore privato è necessario essere appartenuto alle forze di Pubblica Sicurezza?
Niente affatto, le investigazioni private in Italia non hanno nulla a che vedere con quelle normalmente svolte dalla P.S., Contrariamente a quanto si pensa, credo che gran parte degli ex appartenenti alle forze di P.S. siano poco competenti in materia di investigazioni private in quanto il modo operandi di condurre un indagine privata è molto più complesso, privo di ogni aiuto e supporto da parte dello stato e delle sue banche dati; l’investigatore privato è di fatti un cittadino comune privo di poteri speciali.

Posso far seguire una persona con cui non ho un legame giuridico?
Non può. L’investigatore privato può essere incarico a svolgere investigazioni su conto di soggetti privati in base ad alcuni criteri che sono previsti dalla legge. Può incaricare un investigatore privato esclusivamente una persona avente diritto. Durante il colloquio preliminare, il cliente, deve indicare al proprio investigatore privato i principali elementi di fatto che giustificano le investigazioni, non ché, quale specifico diritto intende esercitare in sede giudiziale.

L’investigatore privato è in possesso di porto d’armi?
Chi svolge la professione di investigatore privato sa benissimo di intraprendere un lavoro molto delicato che prevede dei rischi altissimi e, ai me, imprevedibili. Sembra assurdo ma il DM 269/2010 non prevede il porto d’armi per gli investigatori privati che, come tutti i cittadini italiani, hanno il diritto di farne esplicita richiesta alle Questure di competenza. P.s. il più delle volte gli viene negato.

Vorrei avere un rapporto dettagliato circa gli spostamenti di una persona
Nello svolgere investigazioni private, l’investigatore privato è tenuto a rispettare la legge e a condurre le proprie attività senza creare molestia, attenendosi rigorosamente a quanto emanato dal Garante delle Privacy. A tal fine l’investigatore privato può documentare attraverso foto e video, fatti e circostanze che avvengono esclusivamente in luoghi pubblici o aperti al pubblico. Non può accedere in aree private ne violare il domicilio di altre persone.
In oltre l’investigatore privato e tenuto a condurre le proprie investigazioni perseguendo esclusivamente lo scopo dell’incarico ricevuto al fine di non turbare la sfera privata delle persone oggetto delle indagini. Eccedere significherebbe, incorrere nel reato di interferenze illecite nella vita privata.

Può procurarmi i tabulati telefonici di una persona?
Assolutamente no!
Non esiste in Italia alcun investigatore autorizzato a compiere reati penalmente perseguibili.
La realtà è ben diversa dai film di spionaggio che girano nei grandi schermi, l’investigatore privato non ha accesso ad alcun terminale speciale capace di procurargli dette informazioni. Questo vale anche per quanto riguarda altre richieste, sempre illegali, come ad esempio l’intestatario di un telefono cellulare, il contenuto delle chta di Whatsapp o di Facebook, l’installazione di microspie e via dicendo…

Un altro investigatore privato mi ha redatto un preventivo molto più basso del suo, come mai?
Che dire? Generalmente rispondo ironicamente con un “buona fortuna”. So per certo di non essere un investigatore privato caro e quando stilo un preventivo cerco di non eccedere con le spese; devo pur sempre considerare l’impegno e la difficoltà che il caso presenta e considerare i costi che determinati imprevisti possono apportare alle indagini.